Non serve essere «genitori 2.0» perfetti, delegando ai nostri figli l’uso consapevole dei dispositivi digitali. Dobbiamo avere invece il coraggio di lasciarci alle spalle una retorica che ci ha tenuti prigionieri per oltre dieci anni: quella dei «nativi digitali» e della tecnologia come «scienza neutra» o persino del tecno-ottimismo a ogni costo. Ci hanno raccontato che la presenza invasiva degli schermi nelle nostre case era normale e necessaria; ci hanno detto che «se lo schermo lo conosci, non lo eviti»; che i nostri figli sono «adolescenti navigati», capaci di guidare tecnologicamente noi adulti brontosauri del web; ci hanno spiegato, e in molti continuano a farlo, che a noi genitori occorrono nuove competenze digitali; ci hanno voluto far credere che un’efficace didattica digitale prima dei 6 anni fosse necessaria. Non pochi si sono spinti a predicare che con il digitale non bisogna dare regole né tanto meno stabilire divieti!

Purtroppo, si tratta di un’illusione pericolosa perché la tecnologia non è un semplice utensile: in pochi anni è diventata una Megamacchina con microfoni sempre accesi e terminali collegati a intelligenze artificiali globali. Dire che «dipende dall’uso positivo o negativo che se ne fa» è una retorica che serve solo a scaricare la responsabilità sulle famiglie, facendoci credere che basti un po’ di attenzione per addomesticare oggetti realizzati appositamente per creare abitudini. Per inculcarci l’idea che i nostri figli sono ormai dei nativi digitali è stata spesso usata la metafora del coltello che si può usare per mangiare o per ferire qualcuno. È stata però rimossa la domanda pedagogica fondamentale: «Ma da quale età si può usare questo coltello? In quali contesti? E per quale fine?». Non lasceremmo mai un coltello affilato in mano a un bambino nel passeggino, ma allora perché siamo stati spinti a lasciare uno smartphone ai nostri figli senza avvertirci dei pericoli?
Rispetto a vent’anni fa, oggi è molto chiaro a un numero crescente di famiglie che la gestione degli schermi è problematica e sempre più esperti ammettono che qualcosa è andato storto. Non possiamo pretendere che i nostri figli siano consapevoli dei pericoli di una prolungata esposizione agli schermi digitali ma, come adulti e genitori, dobbiamo esserlo noi per primi, assumendoci la responsabilità che si esprime in tanti piccoli gesti e scelte quotidiani. Grazie a questa rinnovata consapevolezza possiamo proteggere il tempo dello sviluppo cognitivo ed emotivo dei nostri figli, mostrando loro che che gli amici reali saranno sempre più importanti dei followers e che le cose più importanti della vita si comunicano guardandosi negli occhi, senza nascondersi dietro uno schermo.
Lasciare un bambino davanti a uno schermo non è un atto di fiducia, ma un rischio da calcolare bene: appunto, è come consegnargli un coltello. La responsabilità dell’adulto si basa sulla comprensione che i dispositivi digitali non sono neutri, ma oggetti che possono creare dipendenza per il loro potere additivo. Se gli schermi non sono intrinsecamente né neutri né educativi, perché dovremmo lasciarli nelle mani dei nostri figli?
Il senso profondo di questa guida risiede in un gesto tanto antico quanto rivoluzionario: guardarsi negli occhi. Quando nasciamo gli occhi di nostra madre sono la prima cosa che mettiamo a fuoco e lo sguardo reciproco resterà il fondamento della comunicazione umana. Gli occhi permettono infatti uno scambio non verbale di intenzioni e non solo di informazioni, alla base del legame vitale che unisce le persone durante l’intero arco dell’esistenza. L’amore che ci unisce come esseri umani si esprime ne gli sguardi e nei gesti. Psicologi dell’età evolutiva e biologi insegnano che lo sguardo reciproco è alla base dello sviluppo. Proprio rimettere al centro della vita famigliare il guardarsi reciprocamente è decisivo nella gestione del tempo che i nostri figli (e spesso anche noi) trascorriamo inchiodati davanti allo schermo di uno smartphone, di un tablet o di un videogioco. Perché l’attenzione congiunta è ciò che rende possibile comunicare l’amore nelle sue tre forme: fraterno e umano (agapè), amicale e parentale (filia) ed erotico (eros).
Purtroppo però, è proprio ciò che invece viene schermato e soffocato da quello che in questa guida ho definito il «tempo schermo»: oggi gli schermi dei vari dispositivi digitali, se non gestiti correttamente, rischiano infatti di spegnere lo sguardo reciproco, gettando giovani e meno giovani nell’isolamento, nell’individualismo e persino nella dipendenza e nella depressione.
Qualcosa però sta cambiando. Negli ultimi due anni, la tutela dei minori online ha registrato una svolta globale. Dagli avvertimenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) del 2023, si è passati a leggi e a raccomandazioni: la Florida ha vietato i social sotto i 14 anni, la Francia ha proposto analoghi limiti drastici e di recente l’Australia ha imposto il limite di 16 anni per i social network. C’è da sperare che si tratti solo dell’inizio!
Proprio quando stavo terminando di scrivere queste pagine, è arrivata anche la preziosa conferma dall’Associazione dei Pediatri Italiani (SIP). Mi ha colpito molto constatare che i loro otto punti critici – dalla salute fisica alla vista, dal sonno alla salute mentale fino alla pornografia e alla dipendenza – corrispondono quasi perfettamente all’indice di questo libro. Non è un caso: entrambi facciamo riferimento a una letteratura scientifica ormai consolidata che indica chiaramente quali sono i problemi dell’uso precoce e prolungato dei dispositivi digitali e le scelte educative per prevenirli. (…)
Ho voluto concludere ogni capitolo con un paragrafo dedicato alle Domande-guida per diventare consapevoli con cui i genitori vengono guidati all’analisi della propria situazione familiare; mentre I passi da fare insieme forniscono indicazioni e consigli per ridefinire le abitudini e riorganizzare l’ambiente domestico creando le condizioni per affrontare i problemi insieme, adulti e ragazzi.
Viaggeremo in territori nuovi e ignoti e, con la prudenza degli antichi, navigheremo a vista anziché buttarci in un oceano di cui ancora non conosciamo bene i limiti e i rischi. Il viaggio verso la consapevolezza può farci paura perché si tratta di non ignorare i pericoli reali delle sirene del digitale, ma compiendolo fino in fondo potremo cambiare le nostre rotte educative e come famiglie rinnovare l’intera comunità educante. Per crescere una generazione attenta di cittadini/e del mondo reale (e virtuale), bambini/e e ragazzi/e hanno un immenso bisogno del nostro amore e del nostro coraggio, che nessun schermo e da nessuna intelligenza artificiale sono in grado di offrire.
[da Introduzione, guardarsi negli occhi SImone Lanza, “Un attimo e arrivo, gestire gli schermi per crescere uan generazione attenta”, Sonda, pp. 12-15]
