Quando il “maître à penser” fa il gioco di Metàpenser

Matteo Lancini è ormai una voce inflazionata nel dibattito sull’infanzia digitale. Le sue apparizioni televisive e i suoi saggi lo consegnano al pubblico come lo psicoterapeuta radicale che dice cose scomode, ma a guardare bene, il suo pensiero è molto meno critico e coerente di quanto appaia: vietare non serve a nulla, lasciamo tutto così, le Big tech non hanno responsabilità, i veri colpevoli sono i genitori fragili! La sua posizione che trasforma le vittime (le famiglie) in carnefici evitando di additare i veri responsabili è uno scandalo etico e un paradosso logico che però piace tantissimo a sinistra: sostiene provocatoriamente di essere “per la chiusura dei social network da 0 a 80 anni”, ma siccome “il mondo intero vive online”, allora devono averli anche bambini e adolescenti. In pratica: vieterebbe tutto a tutti, ma dato che nessuno lo farà, allora tanto vale che li usino anche i più piccoli. Un ragionamento cinico che solo in superficie è radicale, ma che in profondità è una resa intellettuale travestita da pensiero critico (sarà per questo che piace a sinistra?).

Lancini si veste da maître à penser, invitato da liberali e radicali, ma la sua riflessione elude sistematicamente la domanda pedagogica più importante che oggi si fa ogni genitore: a partire da quale età si può lasciare un bambino davanti a uno schermo o dargli un PC o uno smartphone? Invece di fornire criteri di gradualità basati sullo sviluppo psicomotorio, egli promuove il concetto di onlife, termine ideologico coniato da Floridi che descrive l’esperienza di connessione permanente in cui svanisce ogni distinzione tra reale e virtuale. In questo modo, Lancini contribuisce a legittimare una realtà in cui la connessione continua espone i giovani a rischi precoci di conseguenze negative sullo sviluppo neuronale.

Proprio per le sue continue urla contro ogni divieto Lacini è il portavoce di un vero meta-penser, apocalittico e integrato al tempo stesso, amato da quel circolo di giornalisti, accademici e leader sempre tecno-ottimisti che non spedono MAI una parola contro Meta, che hanno anzi alimentato il mito dei “nativi digitali” o degli “adolescenti navigati”. Lancini sposa Meta: “Meta in questo caso sta dunque cercando, cosa che io sposo, non di proteggere i ragazzi dagli schermi o dai social ma dagli altri, da quei malintenzionati che in rete esistono e hanno accesso a tutti i loro dati personali.”Questa retorica con cui ci hanno bombardato per 20 anni è servita a convincere le famiglie che i figli siano più competenti degli adulti nell’uso del digitale, spingendo i genitori a “consegnare i loro bambini ai pifferai magici” della Silicon Valley. Mentre egli esalta la competenza dei ragazzi, la ricerca sul campo mostra invece una generazione di analfabeti digitali che navigano in internet senza conoscerne i pericoli, navigano sempre più impulsivamente come fruitori e consumatori. E soprattutto non leggono più nulla, nessun libro, nè per piacere né per dovere (scolastico e universitario).

Sarebbe bello che Lancini e gli altri del gruppo dicessero pubblicamente qualcosa contro le multinazionali (GAFAM) che tengono in ostaggio i nostri figli, ma nelle loro dichiarazioni non c’è mai traccia di una critica ai proprietari dei social. Al contrario, si opera uno spostamento di responsabilità: il problema non è l’iperconnessione indotta dai dispositivi progettati per creare dipendenza, ma le “mamme virtuali” o la fragilità degli adulti; sarebbero loro le mamme e le famiglie i veri colpevoli anziché le prime vittime. Lancini sostiene che il cellulare venga dato ai figli principalmente per consentire il controllo genitoriale a distanza, ignorando deliberatamente come le app siano costruite con i meccanismi delle slot machine per catturare l’attenzione dei minori.

Ancora più discutibile è la sua posizione sui casi di ritiro sociale (hikikomori). I media digitali non sono la causa del ritiro, ma il “farmaco” che consente agli adolescenti di rimanere attaccati al mondo evitando esiti psicotici. Questa visione trasforma un veleno in cura, suggerendo di “abitare farmacologicamente la catastrofe” – come sostengono i suoi amici “anti tecnofobi” – anziché affrontarne le cause strutturali legate allo sfruttamento economico dell’attenzione umana. È una forma di fatalismo che difende il potere delle Big Tech camuffandolo da oggettività clinica. Questi ragazzi vengono curati giocando ai videogiochi … perché la tecnologia non è vista come una scelta, ma come un Destino ineluttabile a cui adattarsi.

Mentre Lancini continua a predicare che “ogni scelta di protezione o di divieto non è educativa”, i veri padroni del digitale — da Gates a Jobs — hanno sempre protetto i propri figli limitando drasticamente l’uso degli schermi in giovane età.

Oggi però il re è nudo e il maître à penser è visibile per quello che è: un META à penser, un pensare che Meta sia l’orizzonte ultimo e definitivo dove ascrivere le nostre identità. Anche la deregulation educativa propugnata da Lancini non ha nulla di libertario, ma è anzi è la quintessenza del credo neoliberista che elimina ogni limite normativo (vietato vietare! il credo di Musk, Trump e la destra statunitense) a favore del consumo compulsivo.

Se nel XIX secolo i grandi industriali lottavano per la libertà di sfruttare nelle fabbriche i minori, oggi nostro compito è quello di difendere l’infanzia dallo sfruttamento e dalla dipendenza digitale di un manipolo di multinazionali. Oggi occorre un pensiero che offra strumenti per affrontare in modo graduale l’approccio al digitale, questo è ciò che chiedono le famiglie, e che persino Meta, trascinata in cause legali in oltre 40 stati al mondo, inizia ad offrire.

Simone Lanza

La terra vista da lontano

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